Che avrai sentito Dario quando il rotore ha preso i cavi della linea elettrica? Marco e te? Avrai capito subito, ti sarai attaccato a quel tuo moschettone. Rumore, vibrazioni. Sarà stato un attimo, pochi secondi senza capire mentre fuori il mondo avrà iniziato a girare e poi il silenzio. Solo lo scorrere dell’acqua nel ruscello. Acqua fangosa sopra pezzi di lamiera. Una croce blu su di un pezzo di coda rotta. Quel che resta di una pala su di un prato ripido. Qualcuno che vi chiama per radio. Falco da papacharly. Falco da Sierra1. Falco, Falco, Falco…
Nessuna risposta. Solo lo scorrere dell’acqua adesso non più scrosciante. L’acqua che poco prima era torrente in piena, fiume che uccide. L’acqua che adesso scorre sui vetri della finestra, scroscio continuo, litania della montagna, preludio d’inverno.
Io ero sul divano di casa. Dormiveglia tra un acquazzone e l’altro. Roberta era a fare la doccia. Stavo per alzarmi o forse solo per riprendere la lettura del libro in uno strano sabato autunnale d’agosto.
Ha suonato il telefono, era Nico. Ho risposto cordiale, senza pensieri. Pieve è caduto mi ha detto. Come. L’elicottero, sono caduti. Come? Come stanno? Tutti morti. NOOOOOOOOO
Un NO lungo, da film, irreale, non urlato, strozzato, deciso e netto, smorzato ma scandito. Lo ricordo quel no come una cicatrice, si, un taglio lento e deciso, improvviso e forte. NOOoo.
Mi sono alzato dal divano, Roberta è uscita dal bagno, ho continuato a parlare. Forse a voler tornare indietro. E’ successo qualcosa, adesso spengo e non è successo nulla. Dove è successo. Sul Cristallo di fronte al Faloria. Come. Hanno preso i fili. Quali. Linea elettrica. Ma non c’è nulla da fare? Sicuro? Tutti morti? Si. Dario, Marco e poi? Fabrizio e Cassamatta. Non so che dire, attacco, cammino. Cucina, salotto, cucina, salotto poi dico oddio mi sento male. Roberta mi dice si sedermi, di bere qualcosa. Se mi siedo so che è successo, metto il sigillo su tutto, è successo, non mi siedo, continuo a camminare. Lo farò per giorni.
E’ così che è successo Marco. Dico Marco perché a te non doveva succedere. Era il penultimo giorno dell’ultimo turno che avresti fatto con noi. Dell’unico turno che gente ignorante che non sa cosa vuol dire l’amore per questo lavoro in questo posto con questa gente ti ha fatto fare questo anno. Ma questo lo penso dopo. So solo che sento già la tua mancanza e la colpevolezza intima per metterti al primo posto quando gli amici ammucchiati in quel relitto adagiato su di un fianco in quel ruscello sono anche gli atri tre. Non c’è proprio nulla da fare, nulla, penso e cammino, mi sforzo, forse prego. No, bestemmiare no che non serve come non serve pregare. Serve solo capire, accettare. Ma che c’è da capire. La dinamica? La logica? Il perché? Non c’è nulla da capire. C’è da sedersi finalmente e pensarvi tanto intensamente da far male.


